Support to 250 Families of the Centre Nando Peretti Roma Sud (formerly Laurentino 38) Housing Estate of Rome

Project location: ITALY, Rome
Project start date: June 2003 - Project end date: This project covers various years
Project number: 2003-34
Beneficiary: SMOM

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Movie on Laurentino 38 press review

Laura Martellini, Corriere della Sera, Pagina 10, 12 novembre 2012

Nell'inferno del Laurentino 38 «Pezzi», il documentario di Luca Ferrari

L'inferno è qua fra noi. Poco oltre le luci dell'Eur, fra i ponti residui (tempo fa vennero abbattuti, a scopo di bonifica, come se questo potesse bastare) e i palazzoni tutti uguali del Laurentino 38, dove Luca Ferrari ha girato il suo «Pezzi», oggi alle 16.30 alla Sala Petrassi e domani alle 16 alla Sala Cinema.«Pezzi», l'unità di misura della cocaina, non è un film, perché non ci sono attori ma persone vere, ed è più di un documentario, perché il resoconto fedele della vita di alcuni abitanti del quartiere si carica di suggestioni poetiche e rimandi ai reportage di Pasolini fra gli ultimi degli ultimi. Solo che non siamo nella Roma di 50 anni fa, ma di questi giorni.Storia di Massimo «er Pantera», che pippa cocaina e del suo bar, la «bisca», ha fatto un punto di richiamo, insieme alla sua compagna Bianca incontrata lungo una strada anche per lei dolorosa. Storia di Giuliana dai lunghi capelli neri, che si trucca solo per fare visita al cimitero di Trigoria a suo figlio morto in un incidente. Fa le pulizie a ore. «Gli stranieri li pagano 10-15 euro l'ora, a me in un posto me ne davano 4, ormai ci hanno fatto fuori» riflette. E storia di Rosy, senza più i capelli, spazzati via dalla chemio, privata anche di quel figlio problematico che, si scoprirà in coda, è morto in carcere, a lavorazione del film ultimata.Non è solo questo il Laurentino 38. Ma è anche questo. Difficile pure da immaginare, se non ci fossero quelle immagini crude, tragiche, vere. «Ma lì va ancora peggio, e il peggio l'ho lasciato fuori» testimonia il regista. «Ho girato video con la mia macchina fotografica - racconta - per rendermi quasi trasparente mentre documentavo la vita dei miei amici del Laurentino. Non è un reality, non ci sono specchi. Nel 2009 ho iniziato a girare le periferie di Roma, Tor Tre Teste, Tor Bella Monaca. Come Nanni Moretti, ma per altre strade. Per caso sono finito nella baracca di Massimo er Pantera, una specie di punto di ritrovo che ora non c'è più. Demolita. Con lui e gli altri ho cominciato a dividere le ore della giornata e i cartoni di Tavernello. Sono diventato un confidente, il primo fuori dal giro che si presentava senza giudicare». Prosegue: «A colpirmi è stata una solitudine pazzesca: mai visto un prete, un politico, un volontario. Un'uniforme solo se succede qualcosa. Lo Stato, se c'è, è presente solo per punire».Il film è piaciuto a Valerio Mastandrea, che l'ha prodotto insieme con Prospekt e Vivo Film. Al Festival Luca porterà il Pantera. Giuliana no: «Per lei una proiezione speciale, voglio proteggerla». 

 

Maria Lombardi, Il Messaggero, 14 Novembre 2012

Le vite a pezzi della periferia
in un film sul Laurentino 38

Er Pantera stringe tra le mani una cornice e vorrebbe piangere, «ma a me le lacrime non escono, io piango dentro».
E' una grande foto di lui e del figlio Emanuele che non c'è più. «Qui eravamo nel carcere di Rebibbia, stavamo dentro tutti e due, in celle vicine e lui mi cucinava la pasta, tutti i giorni». In un'altra immagine c'è un ragazzo robusto con un fascia rossa tra i capelli e alle spalle un muro di mattoni. «Qui Emanuele era a Regina Coeli», in un'altra ancora nell'orto di Rebibbia. Avrebbe fatto 29 anni a gennaio, si è impiccato nel cortile dell'ospedale Sant'Eugenio il 31 luglio scorso. «Doveva tornare in comunità e lui non ci voleva andare. Me l'aveva detto: papà, mi ammazzo. E io l'ho pure sognata, quella bara. Ne ho sopportate tante, ma questa non la reggo, non ce la posso fa': mi devono spiega' che è successo a mio figlio, che gli hanno fatto per ridurlo così. Me voglio vendica' alla luce del giorno, poi torno in galera. Ma ci torno come dico io». Emanuele aveva ancora davanti quattro anni di galera per rapina e detenzione di droga.

ER PANTERA
Massimo Grisanti, er Pantera, è nella sua bisca, al Laurentino 38. Un tavolo da biliardo al centro, le sciarpe delle squadre più diverse alle pareti, qualche amico entra e lo saluta, «ma li stai già a fa' gli autografi?». Per lui è un giorno come gli altri, «non me importa più di niente», anche se al Festival del cinema di Roma proiettano per la prima volta il film di Luca Ferreri, «Pezzi». Er Pantera è una delle facce del documentario girato al Laurentino 38, con i suoi tatuaggi, le sue cicatrici e la sua storia fatta di poche parole, coca e galera. Quando l'ha raccontata davanti a una macchina da presa, più di un anno fa, ancora non era tutta la sua storia: il figlio era vivo e accanto a lui c'era Bianca, la compagna. Massimo, 49 anni, solleva la camicia e mostra un segno. «Ci siamo lasciati. Mi ha accoltellato, una sera qui alla bisca, per poco non morivo dissanguato».

PEGGIO DELL'INFERNO
Perché la vita, al Laurentino 38, è «un azzardo». Te la giochi a ogni passo, ogni sera che esci e incontri solo «strafatti». Perché al Laurentino 38 è difficile che ce la fai. «Io non lo so come sono ancora vivo. E senti: quel ragazzo s'è buttato dall'ottavo piano, quell'altro dal quinto, quell'altro dal settimo. Al decimo piano, in un palazzo qua vicino, sei fratelli si sono suicidati. Nessuno parla di queste morti giovani. Troppi ragazzetti so' finiti così». Storie di droga. Perché questa «è na' fossa di leoni, anzi di pesci pirana. Altro che inferno, è peggio. Quando arrivi ce so' solo bestie affamate, come ai tempi di Nerone: lui le teneva nelle gabbie e non le faceva magna'. Entri e sai già che hai perso la vita. Questo non è un quartiere. E' solo distruzione, nessuno ti aiuta. Da costrui' non c'è più niente, la sera ci sono in giro solo morti viventi, come nel film».

COCA E DEGRADO
Massimo qui è nato, c'erano le baracche e i campi di grano. «Era bellissimo, poi sono arrivati i palazzi ed è stata na' rovina. Me ne voglio anna' via di qua, ho perso tutto anche mio figlio. Ne ho visto de cotte, de crude e de peggio». Dieci anni in istituto, quando era piccolo dopo la morte del padre, «mi hanno fatto di tutto, non so come ne so' uscito vivo. Ma mia madre aveva undici figli, che poteva' fa'?». E poi la coca, le rapine, il carcere. «Ci so' finito tante volte, una pure da innocente. Ho sempre confessato quello che ho fatto. E se rubavo non era per avere la macchina o per i soldi, ma per l'uso. Per quella cosa che ti sale dal naso, t'arriva alla testa e non te fa' capi' più niente. Sei schiavo, schiavo e basta». La vita a «pezzi», l'unità di misura della coca e delle giornate, da uno spacciatore all'altro.

LA VERITÀ SU MIO FIGLIO
«Bentornato», al bar di viale Marianetti, così salutano un amico di Massimo che ora vive a Centocelle. «Bentornato? Ma non hanno capito niente. Mi sono salvato andando via». All'ingresso della sua bisca la scritta: «Cooperativa sociale Le ali della libertà», sulla porta il manifesto funebre consumato di Emanuele che ha lasciato un bambino di quattro anni e mezzo. Er Pantera porta al collo il crocifisso del figlio e al polso il suo orologio. «Me l'hanno ridati rotti. Devo capi' che è successo in quel reparto psichiatrico, dove stavano i medici? Lui ha detto: mi fumo una sigaretta. E' uscito fuori e si è impiccato. Potevo morire io al posto suo. Ma prima di mori' devo fa' quello che dico io: e poi sto in pace».

 

Gianluca Di Feo, L'Espresso, 15 Novembre 2012

Laurentino 38, l'inferno a Roma

Un quartiere ghetto a sud di Roma. Dove la vita è fatta di cocaina, delitti, galera. ma anche di poesia e amore. Un regista ha speso due anni per conquistare la fiducia dei suoi abitanti. E realizzare un splendido film documentario
(12 novembre 2012)

Li chiamano "pezzi": sono l'unità di misura della cocaina venduta dagli spacciatori e l'unico metro che sembra scandire la vita nel Laurentino 38, una borgata di palazzi troppo alti piantati nella campagna romana, in fondo alle sei corsie della Cristoforo Colombo. Di notte, senza il traffico, il centro dista meno di dieci minuti. Ma questa è una periferia dimenticata, che fa parlare di sé solo per i fatti di sangue e le retate della polizia.

La Magliana non è lontana, ma "Pezzi" - il documentario realizzato da Luca Ferrari e che "l'Espresso" ha visto in anteprima - obbliga a immergersi in una dimensione cruda, senza la retorica romanzesca delle fiction sulla banda del Libanese e il fascino nero delle trame capitoline. E' un racconto spietato in presa diretta, dove violenza e dolcezza, morte e amore si sovrappongono. Una ballata criminale lenta e disperata di esistenze che scorrono tra carcere e droga: uomini e donne rassegnati a un destino senza speranza. Lo si capisce sin dall'esordio con il personaggio principale, il cinquantenne Massimo detto "Pantera", che sui tetti del falansterio bacia la sua compagna davanti al graffito di un cuoricino, poi si china per sniffare e declama: «Questo è il Laurentino 38, qui si parla solo di coca».

Luca Ferrari ha speso due anni per conquistare la fiducia di questo mondo a parte, che ruota intorno alla "bisca del Pantera", la sala giochi ospitata in un minuscolo edificio bianco, simile a un mattoncino Lego, fuori scala rispetto ai colossi di cemento che lo affiancano. Furono costruiti nel 1975 copiando le utopie urbanistiche nordeuropee, con tanti ponti che dovevano unire i blocchi di abitazioni e invece sono diventati bastioni di ogni illecito.

All'inizio del millennio si è deciso di abbatterli per bonificare il quartiere. Ma l'isolamento è rimasto. Soprattutto nella bisca, l'unico locale aperto dopo il tramonto, dove si ritrovano i protagonisti, ognuno con la sua storia maledetta, fino a comporre un unico coro, un canto cupo che nelle immagini contrasta con la luminosità del cielo di Roma.


Il risultato è un film duro e puro, senza nessun ammiccamento commerciale, che ha faticato a imporsi. La svolta è venuta da Valerio Mastandrea, che ha deciso di sostenere il progetto: «Non conoscevo Luca Ferrari. Si è rivolto a me perché cercava un parere e una mano per chiudere la post produzione di questo lavoro». L'intesa è stata immediata: «Mi ha colpito l'autenticità del modo che ha avuto nel raccontare questi pezzi di vita».

Mastandrea conosce bene la periferia della capitale, dove è cresciuto e dove spesso porta spettacoli teatrali. In "L'odore della notte" ha interpretato il capo di una gang di rapinatori che calavano dalle borgate per razziare i piani alti dei Parioli e le ville della Roma bene: banditi che non avevano nulla da perdere, come alcuni dei personaggi del Laurentino 38. Si è impegnato in prima persona nel produrre "Pezzi" (assieme alla Prospekt Photographers), in gara al Festival del Cinema nella sezione Prospettive Italia. Mastandrea non ha dubbi: «Credo sia uno dei film più forti che abbia mai visto e la forza te la dà la totale assenza di forma e, soprattutto, di giudizio».

Non ci sono commenti. E' come un girone dantesco, in cui ognuno offre il suo dramma alla telecamera.

Il "Pantera" parte dall'infanzia, con altri dieci fratelli che si dividevano latte e pagnotta per cena. Poi è finito "al collegio", ossia in un centro di reclusione per minorenni. Ricostruisce quando due guardie lo chiusero in una stanza per violentarlo: «Ce l'ho stampate negli occhi, non le dimenticherò mai». Poi parla degli arresti, quelli «giusti» e quelli in cui si ritiene vittima innocente. Illustra il mondo della cocaina visto dal basso, descrivendone le qualità: «Mi piacciono la mandorlata e la squamata; quella che sa di kerosene fa male. Ma la meglio sta a Milano, lì c'è la centrale». In una scena, tagliata per problemi di diritti d'autore, si prepara la pippata cantando a squarciagola sulla musica del Triangolo di Renato Zero.A lui si alterna Bianca, la sua compagna. Insieme stendono sul tavolo da biliardo le lettere d'amore che si scambiavano mentre erano entrambi detenuti: biglietti con frasi fanciullesche e disegni a matita. Una scena eterea, surreale nella contrapposizione tra l'atmosfera della bisca e quel tappeto di fogli decorati di cuori, gattini e cuccioli. E insieme ripercorrono l'omicidio del primo marito di Bianca: «Ha sentito il fratello che litigava con gli spacciatori, gli doveva 150 mila lire per l'eroina. Si è messo in mezzo, era un ragazzone grosso; loro avevano paura e hanno tirato fuori le pistole: "Che ti impicci!" e bum bum gli hanno sparato alle gambe. E' morto dissanguato».

C'è poi Stefano, 29 anni, che dai domiciliari ricorda il primo arresto. La lite con altri giovani, «dicevano che gli avevo rubato la macchina, ma io non c'entravo: era stato un amico mio. Loro hanno alzato la voce: "Te mannamo dentro". E io ho preso il coltello e gli ho dato due colpi. Almeno so' finito dentro pe' na cosa che ho fatto io».

La famiglia è un valore profondo quanto labile. C'è la ripresa della prima telefonata che Bianca riceve dal padre, che l'abbandonò trent'anni fa: «Ci hai 'na voce da pischello, come fai a essere mio padre?», gli dice cercando di trattenere le lacrime. Si incontreranno solo ai funerali del fratello. Perché qui la vita e la morte sono sempre vicinissime, in mezzo sembrano esserci solo droga e carcere: «Questa è la guerra, la pace è quando sei morto», spiega Massimiliano mostrando i tatuaggi nazisti con frasi in tedesco, che interpreta a modo suo.

Una realtà che viene ignorata, cercando di rinchiuderla ai margini della metropoli; annichilendo con terapie massicce di tranquillanti i giovani che provano a disintossicarsi. Viene riscoperta solo quando il crimine varca la barriera d'asfalto del Raccordo anulare e l'allarme per "Roma a mano armata" irrompe nei tg. Ma le radici del male sono in borgate come questa messa a nudo nel documentario. «Luoghi dove è talmente tanta l'indifferenza delle istituzioni che regole e codici si costruiscono da sé», commenta Mastandrea: «Luoghi di persone vere che esprimono la vera essenza del vivere comune. Con tutte le contraddizioni del caso».

Giuliana. Foto di Luca Ferrara Giuliana. Foto di Luca Ferrara Contraddizioni che si incarnano nel volto scavato di Giuliana, lunghi capelli corvini che evocano la Magnani di "Mamma Roma". Lei vive nel ricordo del figlio, morto in un incidente stradale. Parla con la sua foto, ci discute. Ogni giorno si veste e si trucca con cura, per andarlo a trovare al cimitero. Mette fiori freschi sul luogo dello scontro, in un'aiuola spartitraffico trasformata in monumento davanti ai palazzi di uffici. Si lamenta per la difficoltà di trovare lavoro, dà voce dalla xenofobia degli ultimi: «A noi italiani danno quattro euro all'ora per farci sgobbare, gli immigrati prendono il triplo. Qui gli stranieri siamo noi...». Pure lei ha conosciuto la prigione, ora a 58 anni ha finalmente un posto in regola: fa le pulizie, con una paga di sette euro l'ora. Che spende quasi tutti per onorare la memoria del suo ragazzo.

Anche il Pantera cita spesso il caso di suo figlio, detenuto per una rapina. «Così gli toccano vent'anni, ma mica ha ammazzato... Devo parla' col papa, non si può buttare ragazzi dentro le celle e falli uscì matti». Dai titoli di coda si viene a sapere che la scorsa estate il figlio si è suicidato durante la reclusione in ospedale: doveva scontare ancora quattro anni.

 

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